IL MISTERO DELLE GEMELLE

 

Figure grottesche da ombre gigantesche, si ergono come giochi ancestrali.

Buchi dai mali intrinseci, volti catalizzati nelle pietre;

Strade che conducono al muro decrepito. Streghe e maghi cattivi sorvolano con risate scheletriche il blu scuro della notte.

Il mistero delle gemelle è stato risolto; l’enigma porta male, meglio averlo lasciato alle forze della natura. I nostri circuiti non pronti per raccogliere l’oscuro segreto.

Accampati alle pendici di quel castello intagliato nella roccia, con le sole mura decrepite sul davanti; fluttuano folletti, giullari e menestrelli, rapiti da ancelle al servizio di castellana ingorde con voglie indecenti, le quali da anni abbandonate dai loro prodi guerrieri, sempre in cerca di battaglie sanguinolenti.

Nel silenzio provocato da urla e risate, echeggia in risalto ombroso, un suono simile a quello provocato da ossa sgretolate da denti canini vampireschi: “SCKRAM INC’UTU, SCKRAM PTU’…..  Rosicchiavamo senza sosta delle fave ricoperte da peperoncino piccante rosso, che ossidava il bianco avorio dei nostri molari. Quel clima medioevale non poteva che burlarsi di noi piccoli omuncoli appollaiati su figure viventi. Due erano le buste di fave che ognuno di noi aveva posato davanti, all’origine delle vicende; il destino volle che medesimo chinandosi n’è trovava una, al che qualcuno approfittando in fase distrattiva collettiva, l’aveva rubata per fare dispetto a folletti annidati nelle molteplici spaccature rocciose.

Bisognava indagare il colpevole doveva saltare fuori.

N: il quale aveva una busta ancora sigillata, e l’altra con complessive quattro fave all’interno.

D: anch’egli aveva una busta, l’altra con tre.

Altro presente alla riunione era A, con una sigillata, con la seconda quasi alla fine.

M: involucro sigillato, nell’altro quattro.

Ultimo P, il quale a differenza di tutti non aveva la solita busta sigillata poiché già sgretolata, la seconda rientrante in logica. Particolare che indusse il circuito interno ad elaborare la dissimilitudine. Quest’ultimo per causa di forza maggiore, appariva l’ultimo degli indiziati, avendo come detto poc’anzi il minor numero di fave Logica funzionante ma inclusiva di sistemi minori deduttivi. Se invece si usano formule diverse, o semplicemente allargando l’orizzonte concettuale, permettendo l’inclusione di sistemi di deduzione più complessi, si potrebbero portare a termine conclusioni differenti. In definitiva egli avrebbe potuto rubare la busta mancante all’appello, mangiarne velocemente il contenuto di due buste aprire la terza così svincolata da ogni sospetto. Ancora più semplice se si fosse ipotizzato il fatto di aver riposto in tasca il cibo rubato, e poi sempre per essere il meno colpevole avrebbe mangiato con velocità lenta una busta per aprire la seconda con disinvoltura. Per confermare, o smentire l’ipotesi, sarebbe bastato perquisirlo, atto che non poteva essere svolto, essendo inopportuno;

Il nostro solo gioco logico doveva essere. Attimo di riflessione prima di giungere a conclusioni dettate da unico elemento. Gli altri imputati in analisi: ricominciamo da N, egli il più lontano dal luogo del delitto, quindi con possibilità di aver commesso il furto molto basso. Anche in questo caso però va sviluppata la linearità logica usata in precedenza: “ sono più lontano quindi nessuno potrebbe sospettarmi”. Identica tecnica di pensiero deduttivo per evitare la colpevolezza, essendo l’indiziato numero cinque. Ma come per l’amico ipotizzando la stessa reazione multipla, esso diventa l’indiziato numero uno. Stesso discorso va usato nell’analisi di un altro dei presenti: M, anch’esso il meno….. ai primi dettagli. Egli sembrava disinteressato al quesito, a priori scagionato, ennesimo solito discorso la risultante era il numero uno. A questo punto d’analisi abbiamo tre individui con le stesse possibilità d’essere colpevoli, collocati al numero uno.

Ma andiamo con ordine; D il più vicino alle fave, quindi con maggiore possibilità di fare sue le piccanti. Onde evitare favoritismi stesso discorso deduttivo va applicato agli altri, il quale scagliona per direttissima quest’ultimo, in definitiva ripetendo la formula, egli è il più…. Vicino alle fave, se avesse commesso il furto, sarebbe stato facilmente scoperto con la logica pratica, con riflessione accurata, invece avrebbe portato il soggetto in questione a non commettere nessun furto.

Finora l’unico scaglionato.

Ultimo A, sul quale pesa l’indizio d’appartenere ad individui ingordi. Anch’egli come D con risultante più, intrinseca la colpevolezza; ma per l’ennesima ed ultima volta, elaborando lo stesso sistema, colui il quale ha come risultante più consequenzialmente va scagionato da qualsiasi sospetto. Nel caso in analisi, semplicemente pensando che se avesse commesso il furto troppo ovvio sarebbe stato scoprirlo, l’ingordigia pesa sul suo capo. Ricapitolando, in tre casi la formula ha dato colpevoli appaiati al primo posto, i restanti due presenti sono ultimi tra i ladri.

Insoluto rimane ancora il dilemma. Notiamo che se l’individuo segue logica appartenente al primo movimento, coloro i quali hanno come risultante uno, diventano indiziati cinque, viceversa i due con risultante cinque passano ad essere colpevole. P meno fava, di conseguenza non è il ladro. N nell’impossibilità di rubarle, perché troppo lontano da loro. M disinteressato alla questione, escluso a priori.

D  invece il più vicino l’ovvietà. A  con l’aggravante, l’ovvietà al crimine. Insomma siano che si usassero sistemi minori deduttivi, che maggiori, la risultante intrinseca la proprietà commutativa, anche nel caso scambiati fra loro i fattori essenziali, il discorso non varia.

Luce ancora non è fatta: che le ombre schiariscano, che l’astratta invisibile formula appaia per rendere chiara il dilemma. Che fossero figurazioni rozze, o chiarificanti imputazioni, importanza relativa avrebbe.

Ammucchiati in assembramenti rocciosi, balbettate il nome di colui il quale intente rosicchiare a nostre spese, giustizia io imploro. Agitandomi come preso da convulsioni demoniache, solcai il gran cerchio protettivo, segnai le croci con la saliva rossastra, innalzando le braccia in direzione di picchi sporgenti; in supplizio chiesi la verità. Risposta categorica mi fu data: non so cazzi nostri.

Omertà anche tra i supremi. Altro non mi restava che proseguire l’indagine con le mie sole forze, senza l’aiuto di coloro complici del misfatto.