L’INVOLUCRO

Poteva essere uovo fresco da bere al mattino all’interno di una tazza con dello zucchero.

Invece il caso volle che stupida madre gallina lo depose vicino alle acque.

Il fiume l’ho trascino’ con se, esso dovette affrontare difficoltà d’ogni genere prima di raggiungere il grande oceano, tanta era la voglia di fuoriuscire dal guscio per osservare.

Galleggiava a pelo d’acqua, accarezzato dal muoversi lento delle onde. Cresceva ed il guscio incominciava a stargli stretto. Fra se multiple erano le domande, che formicolavano nel piccolo cervello; prossima era la venuta in terra.

Il guscio incolore lascia trasparire i raggi del sole, all’interno il tutto però è multicolore.

Lui inesperto si è chiesto mille volte, quale fosse il colore della madre, alla quale tanto deve, essa con il piumaggio ha riscaldato per un tempo definito l’involucro, ma lascia che ci sia più luce, lascia che io veda chiaro prima di venire.

“Sarà rossa, sarà verde o ancora blu, giallo lascia che io veda prima che avvenga,

e se fosse nera? Se fosse, meglio restare all’interno del guscio.

Il nero non era il suo colore. Echi di risate fluttuano nell’aria, pianti embrionali si ammassano nell’abisso, se avessi qualcuno cui domandare, potrebbe pure rispondere al piccolo essere.

Brilla attraverso l’ovale incolore, qualcuno potrebbe osservare l’effetto dei tuoi raggi.

La velocità dell’occhio inganna la mente stanca. Brezze mattutine scivolano nell’acqua, trasportandoti all’isola del sole, se vi giungerai conoscerai le madri dai cuori atomici, non ci sarà altro giorno, diventerai pazzo subito dopo il tramonto; allora capirai il colore.

Unione simultanea nei tuoi occhi teneri, visione stereotipata al gran successivo specchio.

L’uovo sta per schiudersi, crepe avvolgono come ragnatele il soffitto.

L’ansia bramosa di immettersi in dimensioni a lui estranee cessa di esistere, per cedere posto a paura tramutata in brividi che pervadono il corpo informe.

Qualcosa mi dice nel cielo che attende te, nulla io posso fare per impedire il travaglio, capisci?

Nulla è lasciato al caso, qualcuno ha decretato per te CIO che fosse giusto.

Nulla io posso fare, credimi. Non avrei mai creduto che questa stanza potesse essere così opaca; non avrei mai creduto che tutto questo potesse essere così triste.

Intanto il soffitto comincia a far acqua, le crepe si allargano, mentre egli continua a crescere.

Mamma che tu sia gialla, rossa, verde o blu lascia che ci sia meno calore, lascia che io cresca meno in fretta. L’esterno non conosco, l’interno conosco, abbi orecchie grandi per potermi udire.

Arriverai trascinato da brezza mattutina all’isola del sole, dove l’ombra domina sul blu.

Arrampicarti agli alberi per vedere chiaro non ti è possibile, le teneri ali non consentono simili voli.

Il vestito che porti non è ancora cucito. Farfalle dalle ali spezzate convergono al centro, sabbia granulata nera, nulla io posso fare per modificare; già scritto è il tuo destino.

Nulla io posso commettere gli errori del passato hanno insegnato, la strada a forma di cono intrapresa non è uscita, guardati intorno; crepe, nient’altro.

Unico è il sentiero ed esso conduce ove la “cosa” vuole che conduca. Il bimbo calcia ripetutamente nel grembo della madre, chiede di uscire, bisogna che essa apra le gambe, spalanchi la porta pelosa, solo così la testa, poi il resto saranno vicino alla grande stella. E’ l’ora, in progressione ritmica l’ovulo apre l’uscio al cielo. Il contenuto bagnato da liquido lattiginoso, con occhi semiaperti, osservano sfuocato il paesaggio piatto. Quattro sfere in cielo sorridono; a nord essa è gialla, a sud rossa, ad est verde ad ovest blu.

La notte avanza, nuvole nere coprono le quattro sfere, cristalli di forma lacrimale piangono dal soffitto ricoprendo la superficie liquida, nero è il colore finale.

Esso sente una palla lacerargli i meandri interni, squarciato da dolori di morte sprofonda negli abissi finiti dell’oceano.

 Il nulla venne a depositarsi sul fondo nero.

Lunga la non vita, breve la sua vita, la morte chi sa?